Artisti caravaggini - COMUNE DI CARAVAGGIO

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ARTISTI CARAVAGGINI

Caravaggio è indubbiamente terra di artisti: la città ha dato i natali a pittori, scultori, musicisti e letterati.

 

NICOLA MOIETTA
Nato sul finire del ‘400, Nicola Marangone, detto il Moietta, si forma alla scuola di Zenale e Butinone ed è attivo a Milano all’inizio del ‘500. Poco si sa della sua produzione artistica in questo periodo, così come dei suoi spostamenti.
È certamente l’autore di un importante ciclo di affreschi all’interno della Chiesa di Santa Maria Annunziata di Abbiategrasso, ma lavora anche per il Santuario della Madonna delle Lacrime di Treviglio e nella stessa Caravaggio dove sono conservate due pale d’altare a sua firma. La prima si trova all’interno della Chiesa Parrocchiale dei Santi Fermo e Rustico e raffigura un’adorazione dei pastori; la seconda, una sacra conversazione, è annoverata nella Pinacoteca Civica ed è conservata a Palazzo Gallavresi. In quest'opera il Moietta si firma “nicolaus caravaginus” (Nicola da Caravaggio), come farà Michelangelo Merisi.

Moietta lavora anche all’interno della Chiesa di San Bernardino, realizzando un San Francesco in gloria, vestito con un saio bianco, e un sublime “Ecce Homo” alla base del grande ciclo della passione di Fermo Stella. Entrambe le opere sono state recentemente restaurate.

 

FRANCESCO PRATA
Francesco Prata deve molto alla produzione di Girolamo Romani, conosciuto come Romanino, anche se non è ancora ben chiaro in quale contesto abbia potuto conoscere e apprezzare le sue opere. Le notizie circa la sua vita sono poche, si perdono dopo il 1531. Il pittore ha lavorato prevalentemente nel territorio bresciano, dove si trasferisce attorno al 1510 pur mantenendo stretti rapporti con la città d’origine. A Caravaggio la mano di Prata si riconosce nella Cappella del Santissimo Sacramento della Chiesa Parrocchiale. Qui l’artista realizza alla base della cupola i dodici apostoli e numerosi putti, firmandosi “de prato” sulla finta balaustra. Per la Parrocchiale Prata dipinge anche la pala d’altare raffigurante la deposizione di Cristo.

 

FERMO STELLA
Allievo di Gaudenzio Ferrari, Fermo Stella opera principalmente in Valtellina ma lascia a Caravaggio una testimonianza artistica di grande valore. Nel 1531 dipinge infatti il Ciclo della Passione che decora il tramezzo della Chiesa di San Bernardino. Il grandioso affresco misura circa ottanta metri quadri: la magnifica Crocifissione è affiancata dall’Ultima Cena, dalla Cattura nell’Orto del Getzemani, dal Giudizio di Pilato e dalla Risurrezione, scene di grande impatto emotivo. Il restauro del 2019 ha rimosso i danni causati da infiltrazioni d’acqua e umidità: l’opera è così tornata al suo originario splendore. Per la Chiesa di San Bernardino, tra la prima e la seconda cappella, Fermo Stella aveva in realtà già realizzato una Madonna in trono tra i Santi Bernardino e Rocco che risale con ogni probabilità al 1515. Alla base dell’opera si trova infatti un crittogramma, una sorta di rebus, che consta di una serie di immagini e lettere. Si leggono il nome dell’artista e probabilmente la datazione del dipinto; di altri simboli il significato è ancora oscuro.

 

POLIDORO CALDARA
Polidoro Caldara, nato a Caravaggio all’inizio del ‘500, non ha lasciato opere in città, essendosi trasferito a Roma all’età di quindici anni circa. Da giovane lavora alle Logge Vaticane sotto la direzione di Raffaello, di cui è un talentuoso seguace, e realizza molte opere per vari palazzi di Roma con la tecnica del graffito. Si trasferisce successivamente a Napoli e poi a Messina, dove muore assassinato da un suo discepolo durante un tentativo di rapina.

 

GIOVANNI MORIGGIA
Giovanni Moriggia, rampollo di due famiglie benestanti caravaggine, si forma all’Accademia Carrara di Bergamo su invito del direttore Giuseppe Diotti. La sua prima importante opera è la lunetta che raffigura i Santi Fermo e Rustico sul portale della Parrocchiale. Le sue simpatie liberali e mazziniane gli causano inimicizie e problemi: è costretto a nascondersi dapprima a Caravaggio, ospite della famiglia Manusardi, e poi a fuggire in Svizzera.

Per Raffaele Manusardi e Giulietta Fusi, suoi generosi benefattori, Moriggia dipinge numerosi ritratti, uno di questi, raffigurante Giulietta, è custodito nella Pinacoteca Civica di Palazzo Gallavresi. L’artista è conosciuto a Caravaggio principalmente per aver lavorato agli affreschi del Santuario di Santa Maria del Fonte per un periodo di quasi vent’anni, dal 1844 al 1862. Suoi sono i quattro pennacchi della cupola raffiguranti le vicende bibliche di Ruth, Abigail, Ester e Giuditta. Il lavoro è molto apprezzato e così l’Amministrazione del Santuario gli commissiona anche la decorazione delle corone della cupola, su cui Moriggia dipinge la gloria della Trinità, l’apoteosi della Madre di Dio e gli affreschi del transetto. I disegni originali di alcuni dei dipinti del Santuario sono conservati nella Pinacoteca Civica.

 

LUIGI CAVENAGHI
Luigi Cavenaghi, pittore e ritrattista, è considerato il più importante restauratore della sua epoca. Formatosi a Milano presso l’Accademia di Brera, grazie a una borsa di studio del Comune di Caravaggio, è attivo in molte chiese meneghine. A Caravaggio collabora con Giovanni Moriggia alla realizzazione degli affreschi della Basilica di Santa Maria del Fonte: suoi sono i dipinti della navata e del coro in sintonia con lo stile di Pellegrino Tibaldi, autore del progetto originale dell’edificio. Il nome di Cavenaghi è legato a quello di Leonardo da Vinci: dal 1901 l’artista caravaggino si dedica al restauro del famoso Cenacolo. Il lavoro, eseguito senza richiedere compenso, gli conferisce grande prestigio e il titolo di Direttore Artistico della Pinacoteca Vaticana.

Altro importante incarico portato a termine dal Cavenaghi è il restauro della Camera degli Sposi del Palazzo Ducale di Mantova, opera di Andrea Mantegna.

 

ENRICO PANCERA
Nato a Caravaggio, Pancera si forma a Milano dove frequenta dapprima la Scuola d’Arte del Castello Sforzesco e successivamente l’Accademia di Brera. All’Accademia Carrara di Bergamo è insegnante. Pancera è uno scultore che si dedica in particolare alla realizzazione di monumenti funebri. Sua è l’opera intitolata  ai caduti di Monza, realizzata nel 1932 e composta di dodici statue bronzee di altezza compresa tra i cinque e i sei metri.  Le sculture dell’artista sono oggi diffuse in numerosi campi santi come ad esempio i cimiteri Monumentale e Maggiore di Milano, ma si trovano anche in importanti luoghi d’arte come il Duomo stesso.

Anche a Caravaggio Pancera realizza opere per il cimitero cittadino: un funerale alpestre e un Cristo in piedi su una pagina di Vangelo. Una sua targa bronzea che ricorda l’artista locale Luigi Cavenaghi è conservata a Palazzo Gallavresi.

 

GIAN FRANCESCO STRAPAROLA: UNO DI NOI
Testo a cura di Claudia Plata

C’era una volta... e c’è ancora una via stretta e non molto illuminata dalle luci del giorno. Si trova in pieno centro storico, ma passa forse inosservata perché adombrata dagli edifici che la abbracciano su entrambi i lati e perché è una strada non particolarmente trafficata. Probabilmente in pochi, svoltando l’angolo provenendo da via Vicinato, hanno prestato attenzione alla targa della via che

riporta il nome di uno scrittore del Cinquecento: Gian Francesco Straparola. L’ombra della strada rispecchia in qualche modo il buio in cui Straparola fu inghiottito prima che illustri scrittori quali Charles Perrault, i fratelli Grimm e Italo Calvino ne riscoprissero l’importanza e il valore. Perrault ha il merito di aver riportato alla luce la nota fiaba “Il gatto con gli stivali”, la cui paternità tuttavia gli è da sempre erroneamente attribuita. La storia nacque in realtà dalla creatività di Straparola e non dall’estro di Perrault, che a essa si ispirò soltanto. Nella versione originale Straparola narra di una gatta che, grazie ad astuti stratagemmi, riscatta il padrone Costantino da disgrazie e povertà divenendo fautrice della sua fortuna  (il titolo della storia è proprio “Costantino Fortunato”). Il contenuto della fiaba di Perrault non si allontana poi molto dall’intreccio di Straparola, se non nel consegnare alla letteratura un gatto e non una gatta.

Sfortunatamente gli indizi sulla biografia dell’autore sono scarsi e ricostruirne la vita è stato difficile. Le uniche due certezze riguardano il suo cognome e la sua provenienza.

Fino a qualche decennio fa tra gli studiosi circolava la convinzione che, data la stravaganza del nome Straparola, esso fosse soltanto uno pseudonimo. Solo in tempi recenti studi più approfonditi hanno smentito questa credenza, tramite registri d’anagrafe del XV secolo si è verificato che Straparola è a tutti gli effetti il cognome dell’autore. Se ne attesta inoltre la sopravvivenza, nelle varianti di Streparola e Strepparola, in alcuni comuni del bergamasco, del milanese e del cremonese, territori non poi così distanti da Caravaggio.

Più volte nelle sue opere Straparola nomina Caravaggio come luogo che gli diede i natali intorno al 1480, ma che ben presto abbandonò alla volta di Venezia. Proprio nella Serenissima pubblicò tutte le sue opere di prosa e di poesia, ma il lavoro di cui gli fu riconosciuto il merito maggiore fu senz’altro la raccolta di fiabe “Le piacevoli notti”. Entrata in circolazione nel 1550, l’opera è in assoluto la prima del genere nel panorama dell’epoca. Questa caratteristica ha permesso a Straparola di guadagnarsi il riconoscimento di pioniere della fiaba in quanto fu il primo autore a introdurre il genere nella Letteratura italiana. Già nel XVI secolo l’opera riscosse incredibile successo grazie alla voracità dei lettori e alle inarrestabili traduzioni che si susseguirono a gran quantità in pochi anni in tutta Europa. L’ingrediente fondamentale che contribuì alla fama de “Le piacevoli notti” fino a renderlo un vero e proprio best seller del Cinquecento è la fantasia. Straparola si ispirò al prestigioso modello di Boccaccio. Egli tuttavia non si limitò a riproporre le novelle del Decameron ricorrendo alla tecnica del “copia e incolla” come molti suoi contemporanei. Al contrario, ne trasse spunto per poi confezionare dei racconti totalmente nuovi e avventurosi, caratterizzati da quelle peculiarità che sono andate cristallizzandosi nel tempo. Compaiono nuovi personaggi: eroi ed eroine che affrontano ostacoli, animali parlanti o figure dai poteri magici che aiutano i protagonisti; immancabile è il nemico che osteggia i buoni della storia. Emergono luoghi mai descritti prima, come boschi incantati e città misteriose e il tempo mai specificato si perde nel lontano immaginato. È introdotto in ultimo il lieto fine, un tratto raramente presente nelle fiabe prima dell’opera di Straparola.

Sembra essere arrivato il momento di una degna conclusione anche per la storia di questo autore che, dopo l’immeritato oblio in cui cadde con la sua morte, torna oggi ad affacciarsi alla scena letteraria suscitando interesse: molte sono le ricerche a lui dedicate sia in Europa che Oltreoceano. Annoverare tra i propri abitanti il padre delle fiabe non può che rinvigorire l’orgoglio letterario di Caravaggio, un Comune non poi così “comune”!

 

GIUSEPPE ZELIOLI
Giuseppe Zelioli discende da una famiglia caravaggina che vanta tra i suoi componenti numerosi musicisti: il padre stesso, Pietro Gaetano, fu organista della Basilica del Santuario di Caravaggio. Già da bambino dimostra una particolare attitudine al pianoforte, tanto da essere riconosciuto come organista capace prima di aver compiuto dieci anni. La sua prima esibizione avviene in occasione dei festeggiamenti dedicati a Michelangelo Merisi, per il quale scrive ed esegue il “Canto a Michelangelo”. Trascorre la maggior parte della sua vita artistica a Lecco, come organista della Basilica, e qui produce un amplissimo repertorio musicale. Zelioli partecipa attivamente ed emotivamente alla Riforma Liturgica: nella sua musica realizza la più alta forma di adorazione di Dio.

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