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Le origini storiche dei fontanili

Alcune memorie storiche del '500 opera soprattutto di viaggiatori nord europei, descrivono la pianura lombarda come un paesaggio meravigliosamente ordinato, frutto di una organizzazione produttiva e del territorio avanzate.
Colpiva i viaggiatori soprattutto l'organizzazione e la razionalizzazione idraulica composta da miriadi di rogge, fossi, canali, canaletti che raggiungevano e rendevano fertile pressoché ogni angolo di territorio e che non trovavano paragone in nessun altro luogo in Europa.
Questa immensa opera di razionalizzazione del territorio lombardo, che per costituzione geofisica dello stesso doveva necessariamente passare attraverso la razionalizzazione dello sfruttamento delle acque, aveva origini antichissime.

Già i romani avevano iniziato una notevole opera di regimentazione idraulica, come testimoniano il complesso dei rinvenimenti e le tracce di centuriazione di vaste aree della pianura a sud di Caravaggio.
Questa opera di regimentazione idraulica fu poi abbandonata a seguito della caduta dell'Impero e delle invasioni barbariche. La storiografia ottocentesca ha attribuito il merito della trasformazione dei terreni padani da acquitrinosi a fertili ai monaci Benedettini e soprattutto ai Cistercensi, che si insediarono in varie zone della pianura lombarda verso il XII sec.

Un aspetto della tipica vegetazione alla testa del Fontanile Brancaleone
Un aspetto della tipica vegetazione alla testa del Fontanile Brancaleone

Una lanca nei pressi del fiume Ticino
Una lanca nei pressi del fiume Ticino

Una visione storica più moderna e approfondita del fenomeno ha oramai chiarito che la regimentazione idraulica della padania fu invece condotta da una numerosissima e spesso anonima schiera di piccoli e grandi proprietari terrieri, di servi e salariati, che giorno dopo giorno aprendo fossi e canali, deviando acque e costruendo scolmatori strapparono i terreni alle paludi.
I Cistercensi, in quanto grandi proprietari terrieri parteciparono a questa immane opera lasciando più di altri elementi descrittivi dei lavori che man mano eseguivano e che oggi ci consentono di ricostruire in parte le vicende storiche delle bonifiche agrarie nei primi quattro secoli del millennio.

Non si ha traccia, nella storiografia romana, dell'uso dei fontanili in quanto tali per le pratiche agricole. Il primo documento sin' ora trovato che riporta con certezza il termine "fontanile", risale al 1386 e compare in un atto notarile riferentesi alla zona di Segrate e attualmente conservato nell'archivio dell'Ospedale Maggiore di Milano. Si presume pertanto, anche dalla comparazione tra diversi studi archeologici e dai toponimi ancora esistenti, che anche i fontanili ebbero origine nelle forme che oggi noi conosciamo nel corso dei lavori di bonifica idraulica attuati nei primi secoli del millennio.
Come già accennato attualmente le acque sorgenti dal Brancaleone confluiscono nella Roggia Basso per poi proseguire oltre Caravaggio, unendosi alle acque provenienti dalla Roggia Rognola, distribuite in numerosi fossi e canali di irrigazione.
Secondo numerosi storiografi tali Rogge vennero aperte tra la prima e la seconda metà del '300: la più antica di tutte queste opere idrauliche pare essere la Roggia Brembilla chiamata anticamente "Marzola" e prima ancora "Seriola de Bolterio", fatta costruire da Galeazzo Visconti, figlio di Matteo, nel 1301 e terminata attorno al 1309 ad opera di tal Guidone della Torre da Milano.
Nello stesso anno si iniziò a costruire la Roggia Sotto, mentre l'apertura della Roggia Rognola risale al 1320 e fu opera dei Caravaggini che ottennero in tal modo il duplice vantaggio di irrigare i campi a Sud della loro città bonificando nel contempo i terreni di Morengo, sino ad allora preda delle paludi.
La fitta rete di canali verrà potenziata nei cinquanta anni successivi e si concluderà con la bonifica delle "Mose (terre paludose, ndr) Vescapine", poste tra Mariano e Masano, avvenuta nel 1375.
La Roggia Basso, drenante le acque del Fontanile Brancaleone, venne costruita intorno al 1350.

Il ricco e complesso sistema di teste e aste del Fontanile Brancaleone
Il ricco e complesso sistema di teste e aste del Fontanile Brancaleone
Con queste parole l'Ingegnere del Regno Luigi Goltara conclude la parte storica del volume della Carta Idrologica d'Italia edito nel 1910 dedicato alla irrigazione della Provincia di Bergamo: "Immane dispendio fu affrontato e gravissime lotte secolari furono sostenute per dotare le nostre campagne d'acque irrigue. Quest'opera meravigliosa, presa nel suo assieme, è il più glorioso monumento dell'attività, dell'intelligenza e della previdenza dei nostri maggiori" (antenati, ndr).
"Noi che abbiamo raccolto una si grande eredità, dobbiamo tributare a quelle generazioni la nostra maggiore ammirazione e gratitudine".
Il destino ultimo di tutte queste acque oggi è l'Adda, ma anticamente le sorgenti del Brancaleone andavano quasi certamente ad alimentare il "Lago Gerundo" che leggende tramandate tra le popolazioni locali, solo in parte confermate da recenti studi storici e geomorfologici, dicono occupasse un ampio tratto di territorio che iniziava a nord poco dopo Brembate per raggiungere a sud Pizzighettone, estendendosi ad ovest lungo l'attuale corso dell'Adda sin ai margini della città di Lodi.
La costa est del Lago Gerundo, secondo alcuni Autori, raggiungeva Fara Olivana e proseguiva a oriente di Crema sino a Grumello Cremonese.


Nel lago si insinuava una lunga striscia di terra che iniziava presso Caravaggio, raggiungeva Crema e proseguiva sin oltre Castelleone: questo lembo di territorio costituiva, molto probabilmente, la cosiddetta "Isola Fulcheria" ricordata in testi romani e tardo medioevali. Questo lago, che le leggende popolari volevano abitato da un terribile drago chiamato Tarànto, sempre secondo leggenda sarebbe stato prosciugato, vuoi da San Cristoforo (previa sconfitta del drago) - ovvero - forse in versione laica, da Federico Barbarossa.
Lo sfalcio del cariceto
Lo sfalcio del cariceto

Molto probabilmente però il Lago Gerundo altro non era che una estesa palude, o una serie contigua di paludi profonde al massimo una decina di metri e poste prevalentemente lungo il percorso dell'Adda e da quest'ultimo originate sia a seguito di periodiche inondazioni sia dall'infittirsi di una serie di meandri via via abbandonati dal corso d'acqua principale.
Inoltre l'apporto costante di acque derivate dalle numerose risorgive contribuì senz'altro a mantenere gli acquitrini sin quando le opere di bonifica non eliminarono definitivamente le paludi.
Sino a pochi decenni or sono le acque che diffondevano direttamente dal terreno o che sgorgavano dalle polle dei fontanili venivano raccolte in un complesso di dimensioni varie e di profondità modesta detto "testa" del fontanile.

Le polle erano ottenute infilando nel terreno dei vecchi tini di rovere privi del fondo e con i lati bucherellati in modo da permettere il passaggio dell'acqua ipogea convogliandola in superficie dove giungeva gorgogliando.
Oggi per convogliare le acque in superficie si utilizzano, invece dei tini, dei tubi in cemento ovvero dei tubi di ferro di 15-20 cm di diametro infilati nella falda per alcuni metri e anch'essi fittamente bucherellati.
L'acqua raccolta in una o più teste di fontanile viene convogliata nell'asta, detta anche "collo di fontana" per poi immettersi nel canale vero e proprio.
Le acque, la cui temperatura media era in genere di 11-14 gradi centigradi, venivano soprattutto utilizzate per mantenere i prati a "marcita" che consentivano di ottenere fino a nove sfalci annui in luogo dei 3-4 ottenuti dalla coltivazione del migliore prato stabile.
Anche la marcita è una forma di coltivazione a "prato stabile" ma molto particolare.
Ancora non si conosce con esattezza chi e quando inventò questa tecnica colturale, anche se pure in questo caso si attribuisce ai monaci Cistercensi il merito di aver introdotto per primi nella nostra regione tale pratica.
Il meccanismo di coltura è semplice a descriversi quanto complicato da costruirsi in origine e poi da mantenere. Un prato a marcita deve in pratica essere percorso uniformemente da un velo d'acqua proveniente da una roggia di alimentazione a fondo cieco da cui deborda.
Affinché l'acqua si mantenga uniformemente distribuita e in continuo movimento sul terreno, questo dovrà essere in leggera pendenza, come uno spiovente di tetto; le acque di marcita potranno infine essere raccolte da una roggia drenante posta a modo di grondaia alla base del prato in pendenza.
Questa roggia andrà a sua volta ad alimentare un altro campo posto più a valle trasformandosi di conseguenza da roggia drenante a roggia alimentatrice e tale meccanismo si ripeterà sino a che le acque non saranno diventate troppo scarse, o fredde, per consentirne un ulteriore sfruttamento a fini colturali.
È facilmente comprensibile che un così raffinato meccanismo idraulico presuppone un livellamento del terreno e una manutenzione del sistema accuratissimi ed estremamente complessi e delicati.
Le minime differenze di livello, quasi mai rilevabili ad occhio nudo, e la complessa distribuzione dei canali di alimentazione e di drenaggio sapientemente adattati alle caratteristiche naturali dei terreni, costituiscono un esempio unico di alta ingegneria idraulica e di intelligente gestione del territorio e delle sue risorse.
L'abilità e il duro lavoro di chi manteneva efficiente il sistema a marcite venivano ricambiati dai numerosi sfalci annui resi possibili con questo metodo di coltura nei mesi invernali: il prato a marcita veniva mantenuto dall'inizio dell'autunno sino alla tarda primavera.
Infatti nei periodi più freddi dell'anno le acque dei fontanili sorgevano discretamente "calde" (10-12 gradi sopra lo zero) e, costrette ad un continuo movimento dalla conformazione del terreno, non consentivano allo stesso di ghiacciare favorendo così la crescita di erbe perfettamente adattate a questo regime di coltura.
Ciò permetteva ai contadini di alimentare il bestiame anche d'inverno con erbe fresche, ottenendo rese in quantità e qualità di latte e di derivati dalla sua lavorazione che ci erano invidiati in tutta Europa.
L'abbandono delle colture a marcita a favore delle più proficue colture industriali del Mais ha decretato anche l'abbandono della maggior parte dei fontanili e con essi le regioni padane stanno perdendo un irripetibile patrimonio storico, culturale e di varietà genetiche animali e vegetali.
 
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